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| Science Show |
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| Scritto da Administrator |
| Lunedì 05 Ottobre 2009 18:31 |
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Uno spettacolo scientifico nel cuore di Napoli Pietro Cerreta Associazione ScienzaViva - Calitri
Un tempo era opinione comune che la scienza richiedesse solo complicate e misteriose apparecchiature di laboratorio. E che gli scienziati fossero gente seria e austera, personaggi con la barba per intenderci, estremamente assorti nel lavoro, che poco concedeva alla frivolezza dei giochi.
Oggi fortunatamente non è così. Le leggi della natura vengono mostrate attraverso gli oggetti di tutti i giorni, pretesto giocoso per avvicinare la gente alla scienza. Questo stile espositivo è adottato anche da famosi scienziati, che tra divulgazione e spiegazione scientifica non operano più alcuna discriminazione.
In quale maniera funziona un motorino elettrico e come si produce energia elettrica? C’è una relazione tra le due cose? Perché un raggio di luce solare che attraversa il cristallo di un lampadario forma bellissimi colori simili ad un arcobaleno? Perché una lattina vuota di coca cola riscaldata su un fornello implode, se immersa subito dopo nel ghiaccio? Uno science show non è altro che il susseguirsi di domande siffatte, di fronte ad un pubblico che attende le risposte osservando fenomeni inattesi. Le spiegazioni che seguono sono brevi e concise: sarebbe lungo e noioso puntualizzare ogni cosa. Le prove presentate dallo showman risultano avvincenti proprio perché realizzate con oggetti di vita quotidiana. La gente ama apprendere, specie quando vede e tocca con le sue mani. Spesso vuole solo farsi un’idea di quel che accade. Ma quando coglie il segreto di un fenomeno non noto avverte la stessa soddisfazione vissuta dal ricercatore di professione. E come se partecipasse a sua volta alla ricerca scientifica! Chi conduce lo show deve parlare al pubblico in modo familiare, concentrarsi sulla fatica di chi ascolta, liberandolo dal timore di non essere all’altezza di comprendere quanto sta accadendo. Deve rifuggire dagli atteggiamenti professorali, mettere da parte l’arroganza del sapiente e la presunzione di chi sa di più. Deve mettere gli oggetti del suo spettacolo, letteralmente, nelle mani della gente, specialmente dei bambini. Gli esperimenti non vanno effettuati una sola volta, ma ripetuti almeno un paio di volte, per renderli alla portata di tutti. E preferirli alle parole. L’esperienza, infatti, viene sempre prima, le spiegazioni, poche e semplici, subito dopo. Qui sta il segreto del bravo showman scientifico. Chi vuole spiegare senza mostrare, non può presentare spettacoli scientifici, anche se grande scienziato. Il ritmo deve essere rapido, incalzante, ma deve indulgere sugli aspetti notevoli di ciò che accade. In tal modo, si concede a chi vede e ascolta, di ricordare quanto sperimentato in altre situazioni. Il tutto non deve superare l’ora di tempo, per essere davvero apprezzato. Nel preparare uno show, mi pongo sempre il problema di mettere a fuoco i particolari. La gente li ama e apprezza le dimostrazioni in cui alcuni piccoli aspetti delle cose diventano la spiegazione del fenomeno. La forma delle linee di forza del campo magnetico con la limatura di ferro è uno spettacolo incomparabile, come lo è il vivace muoversi di un aghetto magnetico pilotato da una calamita. Se poi una telecamera ingrandisce i dettagli, si ottiene un coinvolgimento eccezionale. Quest’anno il pubblico napoletano accorso alla Notte dei Ricercatori, svoltasi presso il Museo Nitsche nel cuore della città, mi è parso più curioso e direi anche più esigente del solito. Il modellino di cannocchiale galileiano che ho messo a disposizione dei presenti per osservare da vicino i particolari del campanile di Santa Chiara è passato di mano in mano. Dopo lo show un’insegnante mi ha chiamato in disparte, pregandomi di rispiegarle il funzionamento del mio modellino di «calcolatore» gravitazionale, un piano inclinato lungo il quale partono delle palline che terminano la loro corsa in buche corrispondenti alla radice quadrata del punto di partenza. Voleva essere certa di aver ben compreso quale era stata l’intuizione di Galileo allorché aveva sperimentato la caduta dei gravi e ne aveva tratto la legge della dipendenza dello spazio percorso dal quadrato del tempo. Sono poi stato assediato da uno stuolo di studentesse universitarie che volevano sapere tutto sui filtri colorati e sui colori prodotti con il prisma e non mi hanno lasciato se non dopo aver rivisto ancora una volta tutti gli esperimenti eseguiti mediante il nostro exhibit «Il colore del colore». Il classico «Diavoletto di Cartesio», una bottiglietta di vetro che va su e giù in una bottiglia di plastica piena d’acqua, premuta dall’esterno, ci ha impegnati in una interessante questione riguardante la spiegazione di quale sia l’oggetto sottoposto alla spinta d’Archimede. E, infine, l’apparecchio per l’esperienza della forza elettromotrice indotta di Faraday, bello nella forma e nel materiale in cui è costruito, legno, ferrite, plexiglas e fili di rame, ha convinto tutti i presenti che la scienza non solo può essere divulgata con piacere ma che l’approccio spettacolare deve essere adottato anche dalle scuole e dalle università.
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